Intervista

Effetto Draghi sulla Borsa Italiana

27 gennaio 2015

Il provvedimento della Bce avrà l’effetto di deprimere tassi e valuta: a beneficiarne saranno gli esportatori, ma nello scenario migliore potrebbero ripartire anche investimenti e consumi interni. Ne (ri) parliamo con Mauro Maritano, vicepresidente di 8a+ Investimenti Sgr

Se non funziona questa volta? Sono cavoli amari». Inizia così, con una battuta tra il serio e il faceto, la nostra conversazione con Mauro Maritano, con il quale avevamo parlato l’11 dicembre di Borse europee e di Bce. Ma il discorso è serio, e merita di essere ripreso all’indomani della comunicazione ufficiale di quanto si attendeva da tempo: un vero e proprio quantitative easing da 1,1 trillion, come si dice in ambito finanziario, cioè 1.100 miliardi di euro, sotto forma di acquisto di titoli di Stato in euro, al ritmo di 60 miliardi al mese. Che cosa succede adesso per le Borse europee? E, soprattutto, per l’economia reale?

Quantitative easing: effetto Draghi

Mario Draghi, Presidente della Banca centrale europea

 

Ne avevamo parlato approfonditamente in occasione della precedente intervista: chiarendo come la Bce fosse la grande assente al gran ballo delle banche centrali e come un suo intervento avrebbe potuto rimettere in moto non solo i mercati finanziari ma anche l’economia del continente. Ora l’intervento è arrivato. È quello che ci voleva?

«È un intervento ampio – spiega il vicepresidente di 8a+ Investimenti -: garantisce 60 miliardi al mese di acquisti per 18 mesi, e tra l’altro non è scritto da nessuna parte che si concluda dopo questo periodo».

E quali sono i suoi effetti principali?

«Potremmo dividerli in tre categorie: afflusso di liquidità; tassi bassi; indebolimento dell’euro. Cui si aggiunge un elemento che non dipende dalla Bce ma che completa il quadro: il prezzo del petrolio in calo».

E in termini economici, quali conseguenze producono?

«Almeno in linea di principio, conseguenze molto positive per un’economia come la nostra. Innanzitutto è facile vedere come tassi di mercato che non solo sono bassi, ma che ragionevolmente lo saranno per due anni circa, semplifichino l’accesso al credito: oggi un’azienda, specie medio-piccola, dovrebbe essere incentivata a compiere investimenti perché beneficia di tassi storicamente molto vantaggiosi e in modo stabile. E se le aziende investono diventano più efficienti, ma fanno guadagnare anche chi produce i beni strumentali e chi vende gli immobili e i servizi finanziari collegati: insomma, dovrebbe innescarsi una spirale virtuosa».

Lo stesso vale per le famiglie?

«In linea di massima sì: con tassi molto bassi aumenta la propensione ai consumi finanziati: auto e case, soprattutto, che sono due grandi motori dell’economia».

E poi c’è l’euro basso, tanto atteso: un regalo per un’economia che esporta molto, come l’Italia.

«Esatto. Per anni abbiamo detto che la nostra economia era penalizzata da un cambio troppo sbilanciato: ora abbiamo una grande occasione, ma anche una scusa in meno, anzi due. Euro debole e petrolio relativamente basso: se siamo una grande economia di trasformazione e di esportazione è la nostra grande occasione e non possiamo in alcun modo farcela sfuggire. Altrimenti…».

Altrimenti?

«Altrimenti diciamo che sono cavoli amari! Nel senso che un allineamento simile di fattori positivi non so quando ci ricapita. Però attenzione: parlando più nel merito, potremo vedere giornate borsistiche euforiche e altre di ritracciamento, ma non sarà su queste basi che dovremo formulare un giudizio. L’economia reale si muove lentamente, e quindi la domanda è prematura: per il momento questo è un ottimo provvedimento e i bilanci li faremo più avanti».

Quantitative easing: effetto Draghi sulla Borsa Italiana

Banca centrale europea

Che cosa ci dice questo provvedimento sulla Bce? Si può parlare di una svolta politica?

«Ci dice che tutto sommato la Bce esiste: rispetto ad altri settori per i quali si invoca da tempo un maggiore coordinamento europeo, come la politica estera, la difesa, l’immigrazione, sull’economia c’è una visione unitaria, e questa è una buona cosa. Non parlerei di una svolta politica: credo più che si sia capito che davvero l’Europa, continuando a crescere troppo poco, rischiava la marginalità economica. Una marginalità che alla fine avrebbe minacciato anche la Germania, che pur più attrezzata rischiava di trovarsi al centro di un continente in grande difficoltà».

Fin qui in termini economici. Guardiamo adesso un po’ agli investimenti, che sono il vostro lavoro: che cosa potrebbe succedere sui mercati?

«La prima considerazione, forse ovvia, è che l’Europa torna al centro dello scenario, dopo anni di marginalità a favore di altre aree, da quelle emergenti all’America».

E in termini di Paesi, che considerazioni state facendo?

«È chiaro che lo scenario che si sta delineando, con valuta bassa, petrolio basso e tassi bassi, sembra disegnato apposta per un’economia di trasformazione e di esportazione come l’Italia. Dopodiché non bisogna illudersi: anche altri Paesi, a partire dalla Germania, sono esportatori e beneficeranno di questo quadro, con un’industria molto attrezzata e capace di unire elevato livello qualitativo e grandi volumi. Però la Germania ha già performato bene, mentre l’Italia è rimasta più indietro e ora potrebbe recuperare».

Palazzo Mezzanotte

Palazzo Mezzanotte, il palazzo della Borsa

Quindi i settori da favorire in Borsa sono quelli più legati all’export, giusto?

«Sì, ma non solo. È chiaro che con l’euro debole chi ha costi domestici e ricavi in valuta è avvantaggiato e va guardato con attenzione. Penso ad esempio al mondo del lusso, del food, dei beni di consumo, anche se alcuni di questi settori potrebbero avere già scontato le novità di questi giorni. Per questo la prossima sfida potrebbe essere quella dei titoli più domestici: se l’economia europea riparte, potrebbe finalmente venire il momento dei settori che fin qui hanno più sofferto, quelli che non potevano cavarsela esportando. Penso, ma sia chiaro che è un esempio e non un’indicazione puntuale, a settori come cementiero, immobiliare, le stesse banche».