Attualità

Può svilupparsi una ripresa vera. E l’Italia può sorprendere

19 marzo 2015

«Il buon momento delle Borse europee non è finito», spiega Andrea Pastorelli, AD di 8a+. Perché ci sono grandi capitali in cerca di rendimenti. Ma anche perché l’economia reale si sta rimettendo in moto: lo dimostrano case e auto, a partire dal nostro Paese

Sta funzionando. Ci eravamo lasciati alla fine di gennaio con una chiacchierata con Mauro Maritano, Vicepresidente di 8a+ e grande esperto di mercati azionari. “Se non funziona così, sono cavoli amari”, aveva scherzato: per dire che se l’economia e i mercati non avessero reagito a stimoli forti come il trillion della Bce allora la situazione sarebbe stata molto grave e, soprattutto, sarebbe stato difficile pensare a uno strumento più efficace.

A un mese e mezzo circa da quell’intervista e a pochi giorni dall’inizio degli acquisti di titoli da parte della Bce, siamo tornati sull’argomento con Andrea Pastorelli, che di 8a+ è l’Amministratore Delegato. Per capire non solo se il provvedimento di Draghi sta funzionando, ma soprattutto se non è già tardi per coglierne i benefici in termini di investimenti.

Deutsche Boerse

Foto Wikipedia

«Che la manovra voluta da Draghi stia funzionando – spiega Pastorelli – è sotto gli occhi di tutti: lo spread Btp/Bund è crollato ai minimi da molti anni, l’euro si è indebolito, le Borse salgono, il tono economico generale sembra cambiato».

Casomai la domanda potrebbe essere: è tardi per investire nelle Borse europee? La corsa potrebbe essere già finita? I prezzi, in effetti, sono storicamente alti.

«Sì e no. Le Borse, è vero, hanno corso molto: l’indice tedesco Dax sale del 28 per cento a un anno e del 95 per cento a cinque anni ed è ben oltre i massimi pre-crisi. Lo stesso, tuttavia, non può dirsi dell’Italia che è ancora sotto i massimi e che in cinque anni guadagna il 16 per cento. Ma soprattutto direi che il contesto è così cambiato che i criteri di valutazione tradizionali forse non dicono tutta la verità: come dice Mohamed El-Erian, il celebre ex-manager di Pimco, viviamo in un nuovo paradigma. È sempre più vero».

Qual è l’aspetto più rilevante di questo nuovo paradigma?

«È che l’investimento tradizionale, quello in titoli di Stato per capirci, non rende più nulla. I tassi sono così bassi che in molti mercati investire in liquidità o comunque in scadenze brevi produce un rendimento negativo: investo 100, a scadenza ricevo 99. Cioè la liquidità ha un costo invece che un rendimento».

Questo è uno shock culturale, specie per noi italiani abituati a fare un massiccio ricorso agli investimenti obbligazionari, a tassi storicamente alti.

«Certo. Ma ha conseguenze clamorose anche su un piano più vasto. Nel mondo ci sono grandissimi capitali istituzionali in cerca di rendimento: penso ad esempio alle assicurazioni, ai fondi pensione. Che cosa succede se non lo trovano più nel tradizionale strumento obbligazionario? Come reagiscono?».

Lo cercano altrove?

«Esatto. E lo cercano innanzitutto nell’investimento azionario: per questo fatico a pensare che il buon momento delle Borse sia finito. In un mondo a tassi zero, la ricerca di rendimento non può che guardare alla Borsa. Sotto il profilo valutativo, un mondo finanziario dove i tassi vanno a zero vuol dire implicitamente valutazioni più alte per le attività produttive».

Mercato auto ripresa

Foto Fiatpress

Al di là della politica monetaria, si vedono anche segni di ripresa dell’economia reale che possano durare e sostenere i mercati?

«Noi pensiamo di sì, anche in Italia. Gli elementi sono molto positivi: oltre ai tassi bassi abbiamo un euro finalmente debole, che favorisce la manifattura italiana e il ‘made in Italy’ nelle vendite all’estero; il paradosso è che noi abbiamo vissuto gli anni peggiori della crisi con un euro altissimo, perché dall’altra parte gli Usa svalutavano il dollaro. Oggi torniamo a respirare. E poi abbiamo il petrolio basso, che è un altro bel regalo, diciamo così. Tutte queste condizioni aiutano l’economia, perché favoriscono gli investimenti e l’export: quindi la macchina si mette in moto e riprendono anche i consumi interni».

Ed è quello che sta succedendo? Ci sono numeri a supporto?

«Sì, sta succedendo. Qualche numero: nel settore immobiliare residenziale, fino al 2007 si registravano circa 800 mila transazioni all’anno; con la crisi dei subprime il mercato inizia a calare e si arriva nel triennio 2012/2013/2014 ad attestarsi a 400 mila transazioni all’anno: la metà. Verso la fine del 2014 il mercato riprende: a gennaio 2015 le richieste di mutui crescono del 28 per cento, a febbraio del 38 per cento. Ma per tornare ai livelli pre-crisi, o anche un poco sotto, il potenziale di ripresa è evidentemente molto ampio. Per questo il rischio della “bolla”, cioè dell’eccesso, che qualcuno paventa mi pare francamente una forzatura».

Ripresa mercato immobiliare

Anche il mercato dell’auto sembra dare segnali importanti in tutta Europa.

«Esatto. Anche qui siamo passati da un picco di 2,5 milioni di immatricolazioni nel 2007 a un picco negativo di 1,3 milioni nel 2013. Nel 2014 il mercato è cresciuto del 4 per cento e nei primi due mesi del 2015 la crescita è stata a due cifre. Magari non torneremo mai ai livelli massimi, ma mi pare evidente che di spazio di crescita ce ne sia ancora tanto».

Case e auto sono un buon indicatore generale.

«Sono le due tipiche forme di investimento in beni durevoli, settori importanti in valore assoluto e in termini di indotto: quando ripartono questi due, l’economia si muove».

Quindi in conclusione siete ottimisti.

«Certezze non ce ne sono, ma il quadro è positivo. Riassumiamo: i tassi bassi obbligano chi investe a cercare rendimenti in Borsa. L’economia reale, grazie ai tassi, all’euro e al petrolio, sta ripartendo. E gli spazi di recupero sono ancora molto ampi, specie in Italia. Sì, si può essere ottimisti».