Scenari

Ottobre nero

10 novembre 2014

Che cosa hanno voluto dirci i mercati nel mese che si conclude? Una semplice crisi di “sazietà”, o il segnale della fine di un lungo ciclo di rialzo? Gli elementi noti fanno pensare all’ipotesi più positiva. Ma, comunque la si pensi, ora è d’obbligo raddoppiare l’attenzione

Di Andrea Pastorelli*

Ottobre nero - i mercati europei nel mese di ottobre

Qualche giorno fa mi sono trovato a spiegare (o quantomeno a provarci) a una platea di imprenditori e professionisti il significato della forte correzione vista sui mercati azionari – specie europei – nel mese di ottobre. Ne è nata una riflessione che, ancorché non risolutiva e per forza di cose limitata al punto di vista di un gestore di fondi, mi pare interessante e che pertanto condivido volentieri.

Innanzitutto, dicevo, una doverosa premessa: 8a+ è un gestore di fondi comuni di investimento con un approccio “bottom up”, cioè basato sull’osservazione dei singoli titoli. Non siamo macroeconomisti e pertanto il nostro ricorso all’analisi macroeconomica o geopolitica è “di seconda istanza” e avviene solo quando i fenomeni macro si manifestano con un’evidenza tale da non poter essere ignorati e in qualche modo rendono insufficienti le spiegazioni microeconomiche.

Fenomeni violenti

Detto questo, che cosa è successo a ottobre? Quello che è certo è che si è registrata sui mercati globali una correzione che per ampiezza e modalità (brusco incremento della volatilità, forti deflussi di liquidità specie in Europa) non si verificava dai momenti più cupi della crisi dell’area euro nel 2012. La violenza delle vendite, specie nei settori più esposti al ciclo economico, la durata del fenomeno e la portata dei ribassi sono state tali da generare in molti osservatori il timore di un’inversione di tendenza di lungo periodo e non di una semplice correzione. È così? Inutile dire che non lo sappiamo. Possiamo però delineare due scenari plausibili.

Come nel 2013

Nel primo scenario si è trattato appunto di una “correzione”, cioè di un movimento destinato a riassorbirsi, dettato – come spesso accade – dalla necessità degli investitori di riposizionarsi dopo una lunga stagione di positività. Che cosa lo farebbe pensare? Che nel periodo non sono emerse notizie negative (ad esempio sulla debolezza della crescita europea) che non fossero già note. E che, al contrario, ci siano numerosi dati positivi provenienti dalle aziende (specialmente americane, ma anche europee) che, grazie alle ristrutturazioni effettuate, stanno presentando risultati trimestrali in larga parte superiori alle attese. Se così fosse, saremmo in presenza di un movimento dei mercati a “V”, paragonabile a quello di giugno 2013: una caduta violenta (all’epoca innescata dal rallentamento della crescita dei mercati emergenti, che sembrava porre fine a un modello di sviluppo di lunghissimo periodo) seguita da un recupero altrettanto deciso. Se fossimo in questo scenario, la nostra visione di mercato rimarrebbe invariata e – anzi – la discesa di molti titoli rappresenterebbe un’opportunità di acquisto.

Raddoppiare l’attenzione

Altre volte, però, i mercati finanziari sembrano sapere (e dirci) cose che ancora non sa nessuno. È il caso del 2008, quando il forte e perdurante ribasso di inizio anno anticipò di fatto l’evidenza della crisi dei mutui sub-prime, con tutto quello che ne conseguì (e per certi versi ne consegue tuttora). Se nelle prossime settimane dovessimo assistere a nuove correzioni dei listini e soprattutto a un nuovo aumento della volatilità, allora dovremmo raddoppiare l’attenzione e mettere in conto di essere entrati in qualcosa di più di un’interruzione momentanea di un trend di mercato positivo: con la conseguenza di dovere modificare – ognuno sulla base del proprio profilo di rischio e dei propri obiettivi – l’esposizione ai mercati finanziari. Nella fattispecie dei mercati azionari, ciò di cui maggiormente mi occupo, questo vorrebbe dire privilegiare settori difensivi, anticiclici, titoli value e caratterizzati da un elevato dividend yield, a scapito dei settori più legati al ciclo economico e del comparto finanziario che ovviamente sarebbe penalizzato da un’eventuale ribasso strutturale.

Una buona reporting season

Quale dei due scenari è più probabile? La prudenza indurrebbe a non sbilanciarsi, ma – se proprio devo – dico il primo. Dalla reporting season, cioè dai risultati trimestrali delle imprese, arrivano, come dicevo, dati di redditività incoraggianti. E se è vero che la crescita globale è più debole del previsto, nessuna nuova indicazione è emersa recentemente ad aggravare il quadro. Viceversa, la debolezza della crescita globale dovrebbe indurre le banche centrali a una politica monetaria complessivamente espansiva, non solo in Europa, dove questo atteggiamento è largamente atteso, ma anche in America, dove l’annunciata ripresa dei tassi ufficiali potrebbe rallentare rispetto a quanto annunciato in estate, a tutto vantaggio dei mercati finanziari, specie azionari.

Il tutto, lo ripeto ancora una volta, fino a prova contraria. Come sempre, nel nostro lavoro.